Onorevole Mancini, ogni qual volta Radio Radicale (opportuna e davvero puntuale, meno male che esiste…) trasmette un’importante seduta della Camera, arriva inevitabile il suo intervento, la sua puntualizzazione, la sua mozione. Senza rischio di smentita è il parlamentare calabrese che interviene con maggior frequenza. Ha preso seriamente il mestiere della politica? Non è il caso di fare classifiche. Il mio impegno è quello di dare voce, insieme agli atri colleghi calabresi, alla regione che mi ha eletto in Parlamento. Oggi è più che mai importante prestare l’attenzione della classe dirigente nazionale sul Mezzogiorno e sulla Calabria. E questa esigenza è più che mai sentita perché il Governo, in questi sedici mesi di attività, è stato distante dalle tante sollecitazioni provenienti dal Sud ed ha trattato il Mezzogiorno non come una risorsa da valorizzare ma, al contrario, come una zavorra della quale liberarsi. Il meridionalismo e le battaglie a favore del Mezzogiorno devono rappresentare, soprattutto per la sinistra riformista, non tanto una battaglia da evocare con nostalgia, ripensando agli illustri meridionalisti, ma deve essere la nuova sfida da vincere. Se l’Italia sarà nei prossimi anni un paese competitivo ciò sarà possibile solo se interverrà nelle regioni meridionali, contando sulla ricerca per la quale si deve investire di più a vantaggio delle università che, soprattutto in Calabria, sono frequentate da decine di migliaia di giovani; sull’attenta politica di incentivi per coloro i quali vogliono fare impresa; su una politica di trasporti e di collegamenti che accorci le distanze tra il mezzogiorno, la Calabria e le altre regioni d’Europa. Il governo questa sfida l’ha persa. Spetta a noi il compito di affrontarla con coraggio e determinazione. - Non sempre però, è all’unisono con i Ds, il gruppo che la “ospita” in aula. Vuol dire che prima o poi, su temi come giustizia, economia, devolution e così via, potrebbe trovarsi su sponde diverse? Ho aderito al gruppo dei Democratici di sinistra pur non essendo iscritto al partito dei Ds e pur mantenendo in vita il movimento del Pse-Lista Mancini, che gode di ottima salute (a Cosenza siamo il primo partito e stiamo riscuotendo simpatie in provincia e nella regione), perché ritenevo giusto dare seguito al patto federativo sottoscritto con Marco Minniti e con gli altri compagni dei Ds calabresi che ha portato ottimi frutti. Questa ritengo che sia la strada da seguire. Quella di dar vita ad una sinistra più grande di quella attuale, non più rallentata nella propria azione dalle tante divisioni ma, all’interno della quale, possano anche convivere orientamenti diversi sui temi più importanti, sui quali è giusto discutere senza imporre né tantomeno subire prevaricazioni. La sinistra in Calabria e nel Paese vince se riesce a seguire senza indugi la bussola riformista. A volte, soprattutto dopo la sconfitta elettorale, si è indugiato e si è ammiccato forse eccessivamente verso le sponde più radicali. E’ stato un errore che mi auguro non si ripeta più. Per vincere non basta scaldare i cuori di chi la pensa come noi ma è necessario convincere le menti di chi ha votato per Berlusconi e adesso nel momento in cui il suo Governo sta fallendo, guarda dall’altra parte per essere convinto. - Perché il suo emendamento sul 41 bis che tanto è piaciuto a Marco Boato (“Sono d’accordo con l’onorevole Mancini, il suo intervento fa onore al cognome che porta…”)? Sul provvedimento del cosiddetto carcere duro ho condotto e per la verità non da solo, una battaglia a vantaggio e in favore delle libertà. Mi ha fatto piacere ricevere i complimenti in aula di una personalità illustre come Marco Boato. Così come ho apprezzato molto che esponenti importanti dei Ds come Vincenzo Siniscalchi, presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere, Antonio Soda, presidente dei probiviri, Peppino Caldarola, già direttore dell’Unità, Franca Chiaromonte, presidente della direzione dei Ds, Umberto Ranieri, già sottosegretario agli esteri, abbiano votato insieme a me. Poteva essere occasione per evidenziare il fallimento della casa delle libertà che si impegna unicamente per tutelare le libertà dei suoi potenti iscritti ma che non fa niente a favore degli ultimi. Dopo la sconfitta del 2001 era stato acutamente osservato da Giuliano Amato e da Piero Fassino che la sinistra doveva riappropriarsi dei concetti di libertà. a mio giudizio questa poteva essere un’occasione importante. Ce ne saranno delle altre. - Torniamo in Calabria e a Cosenza, in particolare. Negli ultimi giorni un quotidiano locale ha pubblicato un pesante sospetto: un esponente della Casa delle Libertà si sarebbe finanziata la campagna elettorale a Cosenza agevolando la concessione di un finanziamento pubblico e pretendendo per questo una tangente. Saremmo alle solite. Cosa ne pensa? Non è mio costume commentare le indiscrezioni non confermate e fare ragionamenti sui sarebbe. Certo è che la storia della nostra regione è costellata di episodi non chiari e tante volte nel passato come nel presente, i finanziamenti pensati per il rilancio della nostra terra sono stati erogati per scopi clientelari. Tutto ciò non fa che ridare centralità alla questione morale che non è mai stata risolta e che oggi, in qualche modo, è affidata alla questione meridionale. Troppo spesso, ai diversi livelli, da quelli più bassi a quelli più alti, assistiamo a comportamenti poco chiari e assi distanti dalla realizzazione del bene comune. La sinistra dovrà avere la capacità di liberarsi dai rapporti trasversali che la condannano agli occhi dell’opinione pubblica e deve trovare il coraggio di fare battaglie non populiste, ma condivise contro una destra che si presenta come nuova, ma che ripropone le peggiori degenerazioni del passato. - Come e dove vede il suo futuro in politica? Il mio impegno vuole essere tutto a favore della Regione che non merita di rimanere ai margini. In questi anni di intensa attività politica ho avuto modo di girare la Calabria in lungo e in largo e di conoscere tante persone. Soprattutto giovani orgogliosi di essere calabresi orgogliosi di emergere e di affermarsi. La nuova classe dirigente deve avere questo obiettivo: quello di parlare a quei giovani che non sanno cosa farsene dei discorsi clientelari ma vogliono che sia data attenzione e valorizzazione alle loro idee, ai loro progetti, alle loro speranze, che sono quelle di un riscatto che non può più attendere.
Domenico Martelli
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