Giacomo Mancini, nipote e omonimo del defunto segretario del Psi, è deputato e aderisce al gruppo Ds, pur proclamandosi “socialista, espresso da una lista calabrese che aveva stipulato un patto elettorale con i Ds” Onorevole Mancini, che effetto le ha fatto la sentenza di condanna contro Giulio Andreotti? O preferisce leggere le motivazioni prima di esprimersi? «Non serve leggere le motivazioni per definire la sentenza una vera e propria ignominia. C'è una distanza abissale tra il comune sentire del Paese e la pronunzia dei giudici di Perugia. Contro Andreotti è giusto e doveroso muovere critiche politiche ma considerarlo il mandante di un omicidio non può che essere frutto di una vera e propria ignoranza». Ignoranza dei fatti o della legge? «Ignoranza della storia e della geografia del nostro Paese. Significa non sapere niente di niente. Non è pensabile, non lo pensa nessuno, che il capo del governo per non so quante volte...». Sette volte. «Appunto, sette volte. Non è pensabile, dicevo, che possa anche essere il mandante di un omicidio per il quale tra l'altro manca l'esecutore. E' un'ignominia. Certamente questa sentenza temporalmente si collega alle vicende, diverse, legate all'iniziativa della procura di Cosenza nei confronti dei no global». Ci arriveremo. Mi permetta ancora una domanda su Andreotti: lei definisce ignominia la sentenza di condanna in termini culturali o giudiziari? Ha visto le carte? «Le carte processuali non le ho viste, ma ho seguito la vicenda sui giornali, sono usciti addirittura dei libri. Con la sentenza di Perugia si vuole riscrivere la storia d'Italia. Le tesi della procura di Palermo sono state pubblicate in un libro dal titolo: "La vera storia d'Italia", che avrebbe visto Andreotti nei panni del capo del governo e insieme del capo della mafia. Una cosa assurda e ignobile». Il suo giudizio negativo si estende al processo di Palermo per associazione mafiosa contro il senatore Andreotti, che si è concluso con una assoluzione? «In primo grado. Mi auguro che in appello il processo si concluda con una assoluzione. Anzi dovrà necessariamente concludersi così» Torniamo a Perugia. «Ripeto: di fronte ad una condanna della quale non conosciamo le motivazioni non ho timore ad affermare che rappresenta un'ignominia per l'Italia. Non potrei definirla altrimenti». Una sentenza politica, quindi? «Una sentenza da parte di una magistratura che, ripeto, non conosce la storia e la geografia d'Italia. La definirei il simbolo di un cortocircuito giudiziario, nei confronti del quale bisogna intervenire». Lo dice anche Berlusconi... «Io sono un deputato dell'opposizione, Berlusconi è il capo di un governo che in un anno e mezzo di legislatura ha messo mano ad una serie di provvedimenti sulla giustizia per risolvere problemi particolari, anziché varare una riforma generale della giustizia. E' lì il limite delle sue parole, un presidente del consiglio non può limitarsi a dire: bisogna intervenire. Deve intervenire, ha pure i numeri per farlo e comunque, se sarà una riforma equilibrata, potrebbe raccogliere anche il consenso dell'opposizione». Veniamo agli arresti dei no global. «Da cittadino dico che ho paura a vivere in un Paese in cui un magistrato si alza, come ha fatto il magistrato di Cosenza, e dispone l'arresto di ragazzi che peraltro hanno idee diverse dalle mie. Non sono un no global, appartengo alla sinistra riformista, non sono andato né a Genova, nè a Napoli prima, né a Firenze dopo. Nel caso di Genova ho criticato l'ambivalenza anche dei Ds, un po' dentro e un po' fuori. Ma il provvedimento contro i no global è preoccupante perché accusa i ragazzi di aver espresso il proprio convincimento. Domenica scorsa sono andato al carcere di massima sicurezza di Trani, ho incontrato quattro di quei ragazzi. Erano rinchiusi in una cella di un metro per tre, inviterei il ministro Castelli a visitare quelle celle che non sono suites, come dice lui. I ragazzi non si sono lamentati, anzi hanno avuto parole di apprezzamento per il personale penitenziario. Come membro della commissione giustizia e del comitato carceri tante volte sono andato a fare visite nelle carceri ma è la prima volta che visito un recluso per aver espresso il proprio convincimento, che tutti possono manifestare liberamente senza poi sentirsi accusare di essere pericolosi sovversivi». Vicenda Sofri: si è fatta molta demagogia, da sinistra Gianni Vattimo ha proposto di lasciar cadere la proposta di grazia per Sofri visto che proveniva da Berlusconi. «Anche questo è inquietante. Se un mio avversario politico dice una cosa giusta ritengo che occorra ammetterlo. Vada Vattimo in carcere a rendersi conto di come si vive. E' stata, da parte di Berlusconi, una presa di posizione che condivido nel merito, probabilmente motivata da consiederazioni tattiche, lui era stretto e isolato dopo l'approvazione forzata della Cirami e aveva bisogno, come dice D'Alema, di disarticolare il campo avversario. Ma nel merito si tratta di una proposta giusta che sanerebbe una vicenda che non è soltanto personale, è politica e investe i rapporti con un'intera generazione. E' una ferita ancora aperta che deve essere chiusa. Dopo la visita del Papa in Parlamento pensavo che i discorsi sull'indulto potessero andare avanti. Ma non so se esistono ancora le condizioni per trovare un accordo, gli ultimi eventi hanno notevolmente inasprito il clima politico».
Renzo Parodi
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