«Ohi Cò!!! A Catizone le vutà ma i Giacomo un te scurdà...». Così strilla il manifesto: «Ehi tu, Cosimo: la Catizone devi votare ma di Giacomo non ti scordare». E come potrebbe mai un elettore cosentino scordarsi di Manci ni? Va in centro storico e passa sul ponte Mancini, imbocca i primi tratti della «avenida» cittadina inaugurata ora ora ed è in Viale Mancini, passa davanti al circolo anti-violenza e vede che è intitolato a Mancini, iscrive il figlio al 1° circolo d idattico e pure quello si chiama «Mancini». E mancano le elementari solo perché il vecchio le intitolò alla madre («E allora? Se lo meritava. Sono stato un buon figlio», rideva) col nome da signorina: «Elementari Giuseppina De Matera». Non c' è forse un' altra città in Italia dove gli ultimi anni siano stati segnati anche nelle pietre da una baronia così straripante da ricordare certi staterelli sudamericani dove c' è la «caserma Buendìa» e il «mercato Buendìa» e l' «aeroporto Buendìa» e il «boc ciodromo Buendìa». Eppure perfino Umberto De Rose, il candidato del Polo, precisa che per carità, se anche fosse eletto a lui non passa neanche per la testa di «cambiar nome a questa o quella opera» perché sarebbe «una mancanza di rispetto». E come l o dice capisci che è tutto qui il gioco delle «comunali» a Cosenza. E cioè che forse per vincere non basta richiamarsi al vecchio Giacomo testé defunto ma certo è impossibile vincere «contro» il suo fantasma. Gioco bislacco: a tre con il morto . Capiamoci: di aspiranti successori alla dittatura carismatica del vecchio leader ce ne sono anche altri. Come l' ex sottosegretaria Anna Maria Nucci per «Rinascita della Dc» o Alessandro Mandolito per «Nuova Dc» (a ridaje). Quanto alle liste, sono 27: una ogni 2.629 anime. Per un totale di mille candidati: un paio per condominio. Quelli che contano, però, sono tre. La prima è Eva Catizone, una biondina docente di letteratura francese che va pazza per i poeti cinquecenteschi quali Marot, Sce' v e, Du Belley e che venne investita della eredità politica dal vecchio Giacomo. Il quale prima d' andarsene, al Cinema Italia, le posò sulla apparentemente fragile spalla la spada come faceva Re Artù coi suoi ragazzi. Dicendo la frase che sta su tutti i manifesti: «Ohi Cò! Si vu ca a Città adda continuà a cangià, Catizone e vutà». Sentenza inappellabile e come tale accettata da socialisti, diessini, cossuttiani, mastelliani e verdi: quod dixit, dixit. Il secondo giocatore è appunto Umberto De Ros e, proprietario d' una mega-tipografia, presidente dell' Assindustria cosentina, scelto dal Polo per offrire un' idea d' efficienza che lui («non volevo passare per tecnocrate») ha riequilibrato promettendo un «assessorato all' immagine e all' Utopia ». Il terzo è Salvatore Perugini, un avvocato popolare che, pur continuando a professare affetto e devozione per il Gran Defunto, non ha accettato di rimettersi alla sua designazione: «Le leggi ereditarie fanno parte del codice civile, non della poli tica». E su questa linea è riuscito a raccogliere l' appoggio della Margherita, di Antonio Di Pietro, di Rifondazione. Campagna durissima. L' Eva, che porta all' occhiello i soldi recuperati come assessore ai fondi europei («nessuno ha sfruttato tant o questa opportunità: nessuno. Siamo riusciti addirittura a far dirottare qui soldi non spesi da Catania e Venezia!») viene accusata d' essere amica di Toni Negri e d' avere usato gli ultimi mesi di gestione per «pasturare» (verbo caro ai pescatori: si buttano briciole per attirare i pesci) l' elettorato riaprendo le graduatorie per i vigili, fissando alla vigilia del voto il concorso per l' ufficio stampa, distribuendo un attimo prima delle elezioni un po' di arretrati rivendicati dai 1200 dipe ndenti comunali e tagliando nastri e inaugurando strade a raffica, tra cui appunto il Viale Mancini. Lei, certa che «Giacomo meritava tutto questo affetto», rivendica l' amicizia col docente padovano «che insegnava coi grandi all' Ecole de Phi losphie di Parigi quando io studiavo lì» e spiega che sì, forse i dipendenti comunali sono troppi (uno ogni 59 abitanti cioè uno ogni 27 occupati) ma «non siamo stati noi ad assumerli». E attacca Perugini «che non è coerente visto che era stato il pr esidente del consiglio con Giacomo» e De Rose «che rinfaccia a me un' amicizia privata dopo esser cresciuto lui dentro Lotta Continua e che presenta un programma di 33 punti per ricordare a tutti che è massone». Accuse rispedite alla mittente sia dal l' uno («è proprio per salvare l' esperienza di Mancini che serve una discontinuità») sia dall' altro: «E' vero che sono massone ma che c' entra? I cattolici sanno quanto rispetti i loro valori. Lotta Continua, poi: una cosa così antica che non la ri cordo più». Eppure, mentre i muri sono tappezzati da manifesti da brivido (fantastico quello della popputa pseudo-californiana Romina Giulivi che butta in fuori il petto come raccomandava er Duce e cinguetta: «E dopo il 26 maggio vissero tutti Giuliv i e contenti!»), sullo sfondo resta come tema portante la saga della dinastia. Una dinastia che vide il primo Giacomo entrare nella breccia a Porta Pia e suo figlio Pietro diventare il primo deputato socialista calabrese e suo nipote Giacomo segretar io del Psi e protagonista del meridionalismo e parlamentare per 10 legislature fino a chiudere come sindaco. E vede oggi Pietro, figlio di Giacomo schierato a malincuore contro il suo stesso figlio Giacomo Junior, eletto deputato il 13 maggio e oggi iscritto al gruppo Ds. Con il ragazzo che sbuffa imbarazzato che «il papà fa di tutto per farci perdere le elezioni» e il papà che scrive lettere di protesta e spiega che no, lui voterà la Capizzone, «anche se la politica chiede certi prezzi n on posso dimenticare che mio padre Giacomo, socialista con la schiena dritta, fu lasciato solo dai diessini quando venne accusato d' aver avuto rapporti oscuri con la ' ndrangheta» e il figlio che risponde che «no, non è una questione di cinismo: è c he loro, i diessini, si sono accorti d' aver sbagliato» e il padre ancora a dire... sono duri da portare certi nomi, se non sei una tangenziale.
Gian Antonio Stella
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