Inevitabile la prima domanda: come ricorda quei giorni di aprile di un anno fa, quando Cosenza perse il più grande punto di riferimento della sua storia politica e sociale? - Con grande tristezza. Anche se il tributo che è stato riservato a Giacomo Mancini da Cosenza, dalla Calabria e dall’intero Paese mi inorgoglisce. In quei giorni dell’aprile scorso sono venuti a rendere omaggio ed a salutarlo per l’ultima volta migliaia di persone. Non ricordo bene i loro visi, troppo intenso era il dolore e la commozione, ma è nitido in me il ricordo delle tante guance che ho baciato e delle tantissime mani che ho stretto. Erano mani assai diverse tra di loro. C’erano quelle dure e callose dei contadini, degli artigiani e degli operai che hanno lavorato tutta una vita intimamente convinti della bontà degli ideali socialisti e fiduciosi che attraverso le battaglie riformiste di Giacomo Mancini sarebbe stato possibile ottenere un futuro migliore e più libero dal bisogno per i loro figli; c’erano quelle morbide e ben curate della borghesia impiegatizia e professionale che ha rispettato ed ha ammirato quell’avvocato di provincia che una volta a Roma è stato capace di dare voce ad una regione che prima non l’aveva e che saputo recitare un ruolo da protagonista nelle vicende più importanti della storia del nostro paese. In quei giorni è sfilata nella casa di Via del Liceo una Calabria assai diversa, ma unita nel sentimento di ammirazione, di commozione, di rimpianto e di riconoscenza nei confronti di un uomo che l’ha sempre rappresentata al meglio delle sue possibilità. In questo attirandosi anche le critiche di leader del calibro di Pietro Nenni che gli consigliavano di interrompere il legame con la propria terra per dedicarsi esclusivamente alle questioni nazionali.
Lei ne porta il nome, non è una responsabilità da poco: chi era per lei suo nonno, come e perché è cresciuto progressivamente un grande amore che vi ha uniti in modo così forte? - Per me è stato molto di più di un genitore. Un punto di riferimento costante e sempre presente. La sua influenza nella mia vita si è avuta fin dall’inizio. I miei genitori, mia madre in particolare, aveva pensato di chiamarmi Gian Giacomo. A lei piacevano i nomi composti. A lui invece non piacque l’idea e, dopo esser giunto a salutare i miei all’ospedale di Bologna, si recò subito insieme a Vittoria all’anagrafe e mi registrò con il suo nome, con quello di suo padre Pietro, il primo deputato socialista della Calabria, e con quelli di due tra i suoi zii più amati, Francesco ed Eugenio, che si distinsero all’inizio del secolo nel campo del diritto. Ho avuto la fortuna di averlo accanto nei momenti delle scelte importanti, nei momenti difficili e dolorosi ed in quelli felici e gioiosi. Quando ero bambino avevo un certo senso di soggezione nei suoi confronti che poi però, è andato via via sfumando, trasformandosi in un rapporto stretto di grande amicizia, forse anche di complicità. Non aveva un carattere semplice. Molti lo ricordano per la sua spigolosità, ma nonostante la differenza di età riuscivamo a parlare di tutto con grande libertà e senza complessi.
Garantismo, riformismo, pluralismo e un’informazione degna di questo nome: Mancini ha lasciato il segno in ognuno e per ognuno di questi punti fondamentali della società civile. Quanto e come sarebbe attuale il suo pensiero oggi, per ognuno di questi aspetti? E l’informazione? Di recente una sua dichiarazione resa all’Ansa rispondeva a strane rivelazioni del direttore del Quotidiano Ennio Simeone, secondo il quale il sindaco Mancini tentò di “controllare” l’informazione del giornale: le risulta che suo nonno intendesse in questo senso il ruolo della stampa? - Il pensiero di Giacomo Mancini è sempre stato moderno e proiettato verso il futuro. Anche alla fine quando era stanco e malato, le sue analisi non erano piene di compiacimento per ciò che aveva fatto nel passato, eppure sarebbe stato più che legittimo. Il suo pensiero, al contrario, era sempre rivolto al futuro ed alle nuove sfide. Parlava spesso dei giovani dai quali amava essere circondato, e dei quali cercava di capire i bisogni e le prospettive. Le sue battaglie hanno avuto sempre ad oggetto la libertà intesa in tutte le sue diverse accezioni. Dalla libertà dal bisogno dei contadini e dei braccianti che lo ha spinto a proporre e a sostenere la legge di riforma agraria a quella di un’intera regione che voleva essere libera di crescere e di svilupparsi, rompendo l’isolamento atavico al quale era stata condannata. Dalla libera determinazione delle istituzioni troppo spesso sotto il controllo e sotto il ricatto dei servizi deviati, a quella per la libertà di pensiero e di espressione, in tutte le sue manifestazioni. Giacomo Mancini era un grande. Per questo è bene quando si parla di lui e delle sue alte battaglie non attardarsi negli insignificanti giudizi di insignificanti personaggi.
Quanto manca Mancini politicamente alla Calabria? - Ritengo che Giacomo Mancini manchi prima di tutto al Paese e soprattutto alla sinistra riformista, oggi avviluppata in lotte intestine. Fino all’ultimo nelle sue analisi era presente una grande preoccupazione nel vedere naufragare tutti gli sforzi di dare una impostazione riformista alla sinistra a vantaggio di improbabili cineasti ed a leader senza storia e senza coraggio. Manca certamente alla Calabria che non ha più un punto di riferimento autorevole e che per colpa della cattiva amministrazione ormai imperante sta diventando sempre più terra di conquista e di saccheggio.
E a Cosenza? - Manca tanto anche alla sua città. Guai se non fosse così. In questo anno tante volte in tante vicende ho sentito tante persone comuni commentare i fatti più o meno importanti che si sono verificati, dicendo: “Se ci fosse ancora Mancini”. Ma dire questo però non significa dare ragioni a quella becera opposizione che in vita ha sempre combattuto Giacomo Mancini ed oggi utilizza il suo nome per contrastare la nuova classe dirigente che, seguendo con determinazione e con convinzione i suoi insegnamenti cerca fino allo spasimo di continuare nell’azione di buon governo amministrativo. Al contrario significa dare atto dell’impegno costante di un uomo che amava visceralmente la sua città e che ne era ricambiato.
Siamo tutti orfani del suo carisma e della sua portata politica: intravede all’orizzonte altri possibili punti fermi per la nostra regione? - Devo dire di no. Ma ogni paragone mi sembra ingeneroso. La Calabria mai come in questo momento ha bisogno di una classe dirigente autorevole e coraggiosa, capace di guidare ed indirizzare la voglia dei giovani calabresi di vivere in una regione diversa e migliore.
Un suo ricordo personale? - Sono tantissimi i ricordi che mi porto dentro e che, sono convinto, per me rappresenteranno un balsamo per tutto il resto della mia vita. Voglio qui ricordare, e mi commuovo ogni qual volta ci penso, a quando ho saputo di essere stato eletto deputato. Il risultato è stato incerto fino all’ultimo e ci sono stati momenti in cui, a causa della complessità dei calcoli, tutto sembrava compromesso. Quando mi informarono alzai il telefono e lo chiamai immediatamente. Ci commuovemmo. Lo raggiunsi poi a casa per abbracciarlo. Lui, con un filo di voce e con gli occhi velati dall’emozione, mi disse: “Adesso posso morire felice”.
|